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Il commento della scrittrice:

Ricordo che tanti anni fa, in terza elementare, la maestra ci chiese di scrivere un “pensierino” (si chiamavano così, una volta, le prove di scrittura) nel quale dovevamo descrivere la nostra domenica. Io e mamma eravamo andata da zia Lucetta ed io avevo giocato tutto il pomeriggio con mia cugina Tita; poi, arrivata l’ora della merenda, avevamo mangiato una fetta di pane e marmellata. Ero talmente felice di avere qualcosa di così bello da raccontare che, finita la paginetta del quaderno, volevo continuare a scrivere: anche il solo ricordare quel pomeriggio mi dava allegria e pensai fosse giusto aggiungere altri particolari al mio racconto. Per renderlo più lungo, più ricco! Così scrissi che mamma e zia ci avevano “fatto” un bel bicchiere di latte ed ho pure specificato che la marmellata sul pane era di “aranci”.

Quando la maestra, dopo aver letto tutti i pensierini, mi ha chiamata vicino alla cattedra dicendo che intendeva leggere a voce alta il mio, ero davvero convinta che avrebbe elogiato il mio racconto e che avrei ricevuto anche un bel voto. Purtroppo ho scoperto troppo tardi che mi aveva chiamata accanto a sé solo per sottolineare i miei errori. Sorvolerò sui particolari da lei usati per descrivere in che modo, mia madre e mia zia, avrebbero “fatto il latte” destinato a noi perché, ancora oggi, lo ritengo quantomeno poco opportuno. Voglio invece soffermarmi sulla sua spiegazione di come, tra le risate di tutte le mie compagne di classe, abbia descritto la fatica che noi bambine avevamo SICURAMENTE dovuto fare per mangiare un intero albero di arancio. Dopo quel giorno, per mesi, ho sognato di dover mangiare rami, foglie e radici di arancio, ma è anche vero che, da allora, non ho più sbagliato ad usare “arancio” (che indica l’albero) ed “arancia” che indica il frutto!

Vi starete chiedendo perché vi ho raccontato questo episodio! L’ho fatto perché ritengo che le esperienze, belle o brutte che siano, lascino dentro di noi segni indelebili, quasi scolpiti nella mente e nel cuore. Segni che useremo ogni volta come fossero una valigia con la quale poter ripartire per andare avanti … perché la cosa veramente importante, non è tanto “l’episodio” di per sé (bello o brutto che sia stato), ma ciò che questo ha lasciato dentro di noi: la nostra memoria, la nostra esperienza! So che è facile ed umano, dopo aver ricevuto la prognosi, equiparare la distrofia muscolare ad una condanna senza appelli, ma vi assicuro che non è così. Con tutto il cuore mi auguro che leggendo la mia storia, dalla diagnosi al riprendermi la vita, possa essere d’aiuto a chi ancora non ha individuato la sua strada per farlo. È questa la ragione fondamentale che mi ha spinto a scriverlo.

Vorrei lasciarvi spiegandovi perché ho scelto l’immagine che sta in copertina. Per me ha un significato molto preciso che rispecchia esattamente lo stato d’animo che avevo nel periodo in cui è ambientato: alle spalle c’è il caos, la ragazza guarda avanti con “altri occhi” e sorride!
È questo l’augurio che faccio ad ognuno di voi!
Caterina


 

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